Focus dal Mondo

Sicurezza sul lavoro

Come si costruisce una cultura della sicurezza ideale

Nella realtà non esiste una cultura della sicurezza perfetta, ma può esistere una cultura della sicurezza da prendere a modello come riferimento ideale all’interno dell’organizzazione. 

In passato, un approccio importante e funzionale adottato dalle aziende ha riguardato la possibilità di migliorare la sicurezza direttamente all’interno degli ambienti di lavoro. Questo si è tradotto in un insieme di soluzioni finalizzate alla riduzione dei rischi, alla maggiore dotazione di dispositivi di protezione individuale e all’incremento di procedure che standardizzassero pratiche e comportamenti all’interno di una organizzazione.    

Queste strategie hanno senza dubbio contribuito al miglioramento della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro. Più di recente, però, si è sviluppata la convinzione che tali soluzioni fossero efficaci in modo non risolutivo e che fosse necessario sviluppare una prospettiva della sicurezza più ampia nella quale far convergere fattori integrati quali la Leadership, i Sistemi, i Comportamenti, il Coinvolgimento del dipendente, i Fattori personali interni e l’Ambiente fisico. 

Come gestire in modo efficace il rischio età

Nei paesi occidentali l’invecchiamento della popolazione e, di conseguenza, dei lavoratori continua a crescere. Da un lato, il miglioramento delle condizioni di salute consente di allungare la durata media della vita di ciascun individuo. Dall’altro, la situazione di incertezza presente nel mondo del lavoro rende discontinue le carriere professionali, costringendo molti lavoratori a continuare a lavorare.

Le conseguenze di questo fenomeno sono molteplici: al crescere dell’età diminuiscono gli incidenti sul lavoro, tuttavia – quando si verificano – gli incidenti hanno più probabilità di essere mortali per le persone con un’età vicina ai 60 anni.

L’invecchiamento, però, porta con sé benefici importanti come la riduzione dell’assenteismo, un’etica del lavoro consolidata, una maggiore esperienza e la possibilità di trasferire le competenze in un contesto multigenerazionale. Come riuscire, dunque, a gestire al meglio il rischio età in un contesto organizzativo?

Come calcolare i costi di un incidente sul lavoro

Ogni volta che ha luogo un incidente sul lavoro è importante analizzare e comprendere quali fattori abbiano contribuito al suo verificarsi al fine di adottare le misure più corrette per prevenire e mitigare i relativi rischi in futuro.

Oltre a questo, però, è cruciale misurare in modo corretto i costi correlati al fenomeno, al fine di ottenere dai decision makers il miglior supporto possibile nella pianificazione e attuazione delle azioni di contrasto più efficaci.

Ma quali costi vanno inclusi nell’analisi? Naturalmente, i primi costi ad essere calcolati perché più semplici da misurare sono quelli diretti, strettamente legati all’incidente. Più difficile, invece, è misurare quelli indiretti, i quali – proprio perché non direttamente riconducibili all’infortunio – rischiano di essere sottovalutati o, in alcuni casi, ignorati.

Come eliminare i bias cognitivi dalle decisioni assunte nel campo della sicurezza

Prendere una decisione non è mai semplice, soprattutto quando l’azione che abbiamo scelto di intraprendere, consapevolmente o meno, ha conseguenze dirette sulla nostra salute e su quella delle persone che lavorano al nostro fianco. Ogni giorno un individuo medio prende dalle 2.000 alle 10.000 decisioni. Dal momento che il nostro cervello non può analizzare ogni singolo dettaglio di ogni singola scelta, ricorre a vere e proprie scorciatoie che sono state definite “bias cognitivi”.

In pratica, i bias cognitivi funzionano sulla base delle informazioni acquisite da eventi accaduti in passato evitando, in questo modo, di dover analizzare di nuovo ogni singolo aspetto. E’ evidente quanto questa strategia sia utile in termini di risparmio cognitivo. Al tempo stesso, però, può indurre in errore con conseguenze potenzialmente drammatiche. Ad esempio, si può considerare altamente improbabile un fenomeno che presenta rischi catastrofici perché accaduto di rado. 

Ma come riuscire a mitigare le conseguenze dei bias cognitivi? E’ importante individuarli, così da comprendere l’impatto che essi possono avere sul nostro processo decisionale in ambito sicurezza.  Inoltre, è cruciale l’adozione di approcci condivisi a livello organizzativo.

Formazione

Quando la formazione sulla sicurezza è efficace?

Nel campo della sicurezza la formazione rappresenta uno degli strumenti più importanti per aumentare le competenze e le abilità dei lavoratori, rendendo la loro attività professionale più sicura.

Tra gli elementi da considerare non si può ovviamente trascurare l’effettiva efficacia della formazione. Il punto è come riuscire a verificare se un corso ha raggiunto gli scopi prefissati e se, dunque, il corsista è riuscito a compiere una determinata azione di sicurezza in modo nuovo o migliore rispetto al passato

Uno dei criteri, quindi, per valutare l’efficacia formativa è la maggiore o minore abilità dimostrata dal partecipante nel compiere l’attività su cui si è focalizzato il corso stesso. 

Strategie per rendere più efficace la formazione sulla sicurezza

I corsi di formazione rappresentano un momento determinante nel programma di salute e sicurezza di un’azienda. Infatti una formazione ben strutturata ed organizzata crea le condizioni per dipendenti più consapevoli dei rischi e più attrezzati alla gestione degli eventi critici negli ambienti di lavoro.

Non sempre, però, la formazione è organizzata in modo da favorire l’interesse e il coinvolgimento dei professionisti. Esistono, tuttavia, alcune soluzioni che è possibile adottare per trasformare un corso “obbligatorio” in un momento formativo utile e memorabile.

Una delle strategie che può essere messa in campo si fonda sulla logica dei giochi, una soluzione molto apprezzata che utilizziamo anche noi con i nostri clienti e che consente al partecipante di sperimentare e simulare, attraverso appunto il gioco, il proprio ruolo, la propria funzione e le proprie capacità di gestione del rischio. Ma sono diverse le soluzioni che possono essere utilizzate. 

La formazione è più efficace se viene subito messa in pratica 

E’ risaputo che un’attività formativa riesce ad essere più efficace quando le informazioni che veicola sono immediatamente applicate nella vita professionale di tutti i giorni. Ora, uno studio certifica che il 75% dei contenuti appresi sarà dimenticato già dopo 6 giorni qualora non venga tradotto in azioni concrete.

Questo risultato non certifica, naturalmente, l’inutilità del processo formativo in quanto tale, ma indica chiaramente come ogni organizzazione che decida di aggiornare le competenze dei propri dipendenti debba inserire quell’attività all’interno di un progetto strategico coordinato e condiviso.

In questo senso, dunque, la scelta di un aggiornamento formativo, sempre più necessario in un contesto lavorativo come quello attuale caratterizzato da rapidi e continui cambiamenti, va valutata nella sua applicabilità, con feedback costanti finalizzati alla verifica delle nozioni effettivamente apprese.

Le 4 strategie per acquisire nuove competenze

Uno dei fattori che più caratterizza l’attività e il percorso professionale di un individuo è la formazione costante e l’acquisizione di nuove competenze per non rimanere indietro rispetto ad un mondo lavorativo che si evolve rapidamente. Tuttavia apprendere non è sempre semplice.   

Si possono individuare almeno 4 strategie per riuscire ad acquisire nuove competenze in modo efficace.  Focalizzarsi sulle competenze di recente sviluppo è un primo passo importante perché può assicurare al professionista la capacità di essere e dimostrarsi innovativo. Condividere il processo di acquisizione con altri soggetti, non limitandosi a seguire individualmente corsi online.

Mettere subito alla prova le competenze acquisite, in modo da sperimentare direttamente quanto si è appreso, favorendo in questo modo anche il processo di memorizzazione. Porsi un obiettivo chiaro, in modo da non disperdere o minare le proprie motivazioni.

Ambienti di lavoro

Perché coinvolgere i lavoratori aumenta la sicurezza

Non è raro che i professionisti possano sentirsi poco coinvolti all’interno dell’organizzazione per cui lavorano e gli effetti di questo fenomeno non sono assolutamente trascurabili.

Infatti se i lavoratori non sono completamente “ingaggiati” nelle soluzioni, ad esempio sulla sicurezza, messe in atto in azienda, è alto il rischio che possano sentire una minore preoccupazione verso l’esito delle proprie azioni e che possano credere meno nel successo futuro della stessa organizzazione.  

Tale forma di “disimpegno” influenza le attività quotidiane in modo significato. Secondo diversi studi, infatti, i professionisti con un minor livello di coinvolgimento hanno percentuali di elevate in termini di assenteismo (37% in più), di incidenti (49% in più) e di errori (60% in più). Ciò si traduce, inevitabilmente, in una minore produttività.

Ma quali sono in concreto le strategie che un’organizzazione può adottare per coinvolgere in modo più efficace i propri professionisti?

Come essere in disaccordo sul lavoro senza essere divisivi

La comunicazione e i rapporti interpersonali costituiscono fattori centrali per il benessere dei lavoratori e per il successo di una organizzazione. Tuttavia può accadere che vengano trascurati perché ritenuti secondari o marginali.

Un elemento senza dubbio centrale nelle relazioni professionali è rappresentato dalla gestione dei conflitti e, più in particolare, dall’essere o meno in disaccordo su questioni rilevanti. Quando si hanno punti di vista inconciliabili, la tendenza naturale è evitare di avere una conversazione con l’altro oppure tentare di convincerlo della bontà della propria opinione. 

Diverse ricerche mostrano, in realtà, che esiste un modo migliore per affrontare e superare il conflitto: mostrarsi davvero interessati alla prospettiva dell’altro anche se non è conciliante con la nostra. Come riuscire, però, ad apprendere e a sviluppare questo approccio? 

Come aiutare il personale medico a recuperare dall’emergenza pandemica

Il personale medico ed infermieristico è stato senza dubbio una delle categorie professionali più colpite dall’emergenza pandemica, sia in termini di infezioni che di carichi di lavoro, che ha sottoposto la categoria ad un maggiore rischio stress e burnout.

Proprio per questo motivo è importante che, in un periodo di minori sollecitazioni per il sistema sanitario, vengano messe in atto alcune soluzioni in grado di permettere al personale coinvolto di recuperare uno stato psico-fisico ottimale.

Il recupero fisico può essere favorito e stimolato consentendo ai dipendenti coinvolti di poter beneficiare di periodi temporanei di assenza dal lavoro, di cambi di ruolo momentanei, di un carico di lavoro inferiore e più rilassante. Diverso è il discorso per le azioni da intraprendere per la gestione del recupero emotivo e psicologico.

Ritorno in ufficio: come integrare le nuove pratiche con le vecchie abitudini

L’emergenza pandemica ha accelerato l’evoluzione e la trasformazione degli ambienti di lavoro, spingendo le organizzazioni ad adottare lo smart working in modo diffuso e a ripensare, in parte, la strutturazione dei propri luoghi lavorativi. Alcuni dei cambiamenti introdotti hanno permesso di affrontare l’emergenza in modo proattivo.  

Ora che il ritorno in ufficio è più vicino, però, è opportuno per le aziende capire quali delle soluzioni adottate durante la crisi si siano rivelate più efficaci. Questa valutazione non è semplice da realizzare, anche perché gli effetti non sono tutti visibili, ma è necessaria per continuare a cambiare in meglio.

La maggiore difficoltà che si prospetta è come integrare le nuove pratiche nelle precedenti abitudini. Per fare questo però, ci sono delle soluzioni che possono essere adottate al fine di sfruttare nel modo migliore le implicazioni positive di questo cambiamento epocale in atto. 

La comunicazione più efficace per salvaguardare la sicurezza sul lavoro

E’ ormai risaputo che una comunicazione efficace all’interno di un’azienda rappresenta uno degli strumenti più importanti per incrementare il livello di salute e sicurezza degli ambienti di lavoro. Non sempre però in una organizzazione si riesce a soddisfare tale requisito comunicativo.  

Infatti, come già riscontrato e confermato in più occasioni da diverse ricerche, spesso i dipendenti che osservano comportamenti a rischio preferiscono rimanere in silenzio o non sollevare il problema anche se sono consapevoli che dovrebbero agire in qualche modo. La ragione di tale scelta è semplice: il loro feedback su questioni di sicurezza potrebbe causare conflitti di natura interpersonale.

Ciò succede quando il loro campo di azione professionale non ha a che fare con la sicurezza o nel momento in cui si ha il timore di confrontarsi con colleghi più esperti. Esistono però specifiche strategie di comunicazione che possono essere adottate per superare questo problema.

Perché l’eccesso di lavoro è deleterio sia per l’azienda che per il dipendente

Il lavoro è una componente fondamentale dell’essere umano, il quale proprio attraverso l’attività professionale riesce a costruire e a definire la propria identità. L’eccesso di lavoro (overwork in inglese) sembrerebbe rivelarsi utile, in apparenza, nel contribuire a tale processo identitario. In realtà, come suggeriscono numerose ricerche, la situazione è completamente diversa.

Infatti, il troppo lavoro non è utile né per l’organizzazione né per il dipendente. I motivi sono molteplici. In alcune aziende, ad esempio, l’overwork non è premiato tanto sulla base dei risultati raggiunti dal dipendente, quanto sull’evidenza di aver lavorato in eccesso. 

Inoltre non sono assolutamente da trascurare i problemi di natura psico-fisica che il troppo lavoro è in grado di produrre nel medio-lungo periodo, impattando prima sul dipendente e poi, a causa delle assenze e della ridotta produttività, sulla organizzazione nella sua interezza. Gli effetti negativi dell’overwork, però, non finiscono qui.

Come riuscire a risolvere un problema complesso sul lavoro

Sul lavoro non è così infrequente la possibilità di confrontarsi con problemi di difficile risoluzione. Molto spesso le stesse modalità utilizzate per definire e spiegare una questione complessa influenzeranno il modo in cui si procederà ad affrontarla e a risolverla.

In altri termini, le parole che scegliamo per descrivere il problema si rivelano decisive nella sua risoluzione. Ciò può avvenire sia in positivo (contribuendo al successo) che in negativo (con ritardi o impedimenti). Per questo la scelta delle parole non può essere casuale ma è opportuno che si basi su un’attenta valutazione.

In questo senso, bisogna prima di tutto chiarire quale sia l’oggetto del problema. Porre attenzione al benessere dei dipendenti o ai costi modifica totalmente la natura della soluzione messa in campo. In secondo luogo, un ruolo altrettanto significativo è giocato dagli stessi strumenti e indicatori che vengono adottati per misurare il problema e il successo di una soluzione. Quindi cosa è opportuno fare?

I team più performanti hanno maggiore sicurezza psicologica

Un fenomeno che diversi giganti appartenenti al mondo tecnologico (come ad esempio Google) hanno sperimentato negli ultimi anni rivela come i team con performance più elevate condividano tutti una caratteristica:

  • la sicurezza psicologica, vale a dire la convinzione che non si verrà puniti o sanzionati qualora si dovesse incorrere in errori o sbagli. 

Diverse ricerche sul tema rivelano come la sicurezza psicologica costituisca un fattore assolutamente rilevante per i membri di una organizzazione, i quali sono portati ad assumere rischi in modo moderato, ad esprimersi ed agire liberamente senza il timore di essere, per questo, colpevolizzati. In questo modo, l’azienda può davvero riuscire a tirare fuori il meglio dai propri dipendenti, salvaguardandone al tempo stesso la salute e il benessere.

Perché gli ambienti di lavoro positivi sono più produttivi

E’ ormai confermato da numerose ricerche sul tema che un ambiente di lavoro positivo genera, nelle aziende, sia una maggiore produttività che redditività. Infatti quando il clima all’interno dell’organizzazione è favorevole, i dipendenti sono più portati ad essere e a sentirsi coinvolti nelle iniziative aziendali, con risultati professionali migliori.

In concreto, le imprese dove l’ambiente di lavoro è positivo registrano un 40% in meno di assenteismo e un incremento del 20% nella produttività, con minori livelli di turnover.

Da tutto ciò ne deriva un vantaggio competitivo non indifferente rispetto alle organizzazioni concorrenti nelle quali il grado di soddisfazione dei dipendenti è limitato. Non a caso, un numero crescente di aziende si sta focalizzando sempre di più sul benessere dei propri dipendenti.

Promozione della salute

Work Life Balance

Il rapporto tra lavoro e vita familiare rimane basato su un equilibrio sottile, nonostante il rapido e diffuso ricorso allo smart working. Infatti, come mostrato da recenti ricerche sul tema, il rischio di incorrere nello stress lavoro correlato e nel burnout è aumentato dall’inizio dell’emergenza pandemica.

Una delle difficoltà con cui si scontrano molti professionisti è la gestione dell’eccesso di lavoro, che rende meno sostenibile l’attività professionale e la vita familiare. Nell’articolo, che si basa su interviste condotte a manager di importanti multinazionali, viene sottolineato come pochi tra questi siano in grado di resistere alla pressione che deriva dalle richieste lavorative. 

Proprio partendo da queste basi, gli autori chiariscono come il work-life balance non sia un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma piuttosto un ciclo nel quale il professionista riconsidera continuamente le proprie esigenze e i propri bisogni, adattando il lavoro e le scelte familiari proprio sulla base delle mutate condizioni personali.

Come sviluppare la resilienza sul lavoro

Resilienza è stato con ogni probabilità uno dei termini più utilizzati (e forse più abusati) nel 2020. Naturalmente non è un concetto nuovo né inedito, ma non sorprende che abbia subito un incremento significativo in seguito allo scoppio dell’emergenza pandemica e ai cambiamenti apportati dal Covid-19 alle nostre abitudini e alla nostra vita.

Resilienza indica, in ambito psicologico, la capacità di un individuo di adattarsi e di rispondere in modo proattivo all’esito imprevisto di un evento più o meno noto. In altri termini, essere resilienti significa accettare il fallimento, riconoscere la situazione per quello che effettivamente è, imparare dai propri errori e ripartire.   

I benefici della resilienza anche in ambito professionale sono evidenti. Tuttavia le capacità correlate alla resilienza non sono acquisite in quanto tali, ma vanno allenate e sviluppate. E’ importante, però, capire come. 

Questo contenuto ti è piaciuto?
Non perderti nessuna novità con la newsletter di Igeam